Ci sono piazze in cui la storia la scrivono i giocatori, e piazze in cui a fare la differenza è stato soprattutto chi sedeva in panchina. Vicenza appartiene alla seconda categoria: i momenti più alti della vicenda biancorossa portano la firma riconoscibile di allenatori che al Menti hanno lasciato qualcosa di più. Ripercorrerli significa riattraversare le pagine più belle di questa storia.
Giovan Battista Fabbri e il Real Vicenza
Per chi c’era, non serve aggiungere molto. Fabbri guidò il Lanerossi con un giovane Paolo Rossi in squadra, e a lui si deve l’intuizione di spostare il futuro Pablito da ala destra a centravanti. In due anni conquistò la promozione in Serie A e poi, nel 1977-78, lo storico secondo posto alle spalle della Juventus, con un gioco effervescente e lontano dalla mentalità italiana dell’epoca: nacque così il Real Vicenza, e a fine stagione Fabbri vinse il Seminatore d’oro come miglior allenatore italiano. Quella squadra portò per la prima volta il club nelle coppe europee e, anche se l’epilogo fu amaro, il 77-78 resta il punto più alto mai toccato in campionato.
Francesco Guidolin, l’uomo della Coppa
Se Fabbri sfiorò lo scudetto, Guidolin è quello che un trofeo lo ha alzato davvero. Arrivato nel 1994, a 39 anni, aprì il suo ciclo con la promozione in Serie A, proseguì con un eccellente nono posto nel 1995/96 e soprattutto con la vittoria della Coppa Italia la stagione successiva. L’anno dopo arrivò la notte che ogni tifoso biancorosso conserva nella memoria: il 2 aprile 1998, davanti a 19.300 spettatori, il gol di Lamberto Zauli su lancio di Viviani piegò 1-0 il Chelsea di Vialli, Zola e Di Matteo nella semifinale d’andata di Coppa delle Coppe, una vittoria arrivata contro ogni pronostico NetBet.
A Stamford Bridge i biancorossi passarono addirittura in vantaggio, prima di essere rimontati 3-1 dalle reti di Poyet, Zola e Hughes: il Chelsea avrebbe poi vinto il trofeo in finale contro lo Stoccarda. Il punto più vicino a una finale europea nella storia del club. Il congedo di Guidolin, nel maggio 1998, è rimasto negli annali anche per le parole: “Io faccio raccolta di ricordi, che è uno dei perché vale la pena vivere. E qui a Vicenza ne ho costruiti tantissimi e meravigliosi”.
Renzo Ulivieri, l’architetto della risalita
Il ciclo di Guidolin, però, non sarebbe esistito senza chi ne aveva gettato le fondamenta. Ulivieri, arrivato nel 1991 in Serie C, riportò il Vicenza in B e poi, nel 1993-94, ottenne la salvezza tra i cadetti puntando su un gioco corale che sarebbe diventato la cifra di tutto quel periodo. Gran parte del nucleo che Guidolin avrebbe portato in A e poi al trionfo in Coppa, da Sterchele a Lopez, da Di Carlo a Viviani, veniva proprio dalla C di quegli anni. Il toscano, carattere irascibile ma anche ironico e scaramantico, è l’esempio perfetto dell’allenatore-costruttore, quello che lavora per chi verrà dopo.
Edy Reja e l’ultima promozione
Chiude il cerchio Edoardo Reja: sotto la sua guida, al termine della stagione 1999-2000, il Vicenza conquistò l’ultima promozione in Serie A della propria storia. Un traguardo che il tempo ha caricato di significato, perché da allora il massimo campionato è rimasto un orizzonte da inseguire.
Un filo che unisce le epoche
Da Fabbri a Guidolin, passando per i costruttori come Ulivieri e Reja, il filo è sempre lo stesso: a Vicenza hanno lasciato il segno gli allenatori capaci di valorizzare il collettivo più dei singoli, di costruire squadre che valevano più della somma dei loro nomi. È forse questa l’identità tecnica più profonda della piazza, quella con cui ogni nuova panchina biancorossa, volente o nolente, è chiamata a confrontarsi.
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